sabato 27 marzo 2021

 

IL DISTURBO AUTO-FRUSTRANTE

Il disturbo auto-frustrante di personalità è detto anche disturbo masochistico o autolesionista di personalità. Si riferisce ad un modello pervasivo di comportamento che impedisce alla persona di sperimentare rapporti e situazioni appaganti e nutrienti. 

Una persona autolesionista mette in atto comportamenti lesivi nei confronti di se stessa come il coinvolgersi in relazioni dannose o situazioni problematiche impedendosi cosi di raggiungere importanti obiettivi di vita (stabilità lavorativa, economica affettiva…). E’ una persona che, preferendo situazioni complesse e dolorose a quelle più sane disponibili, sperimenta costantemente delusione, frustrazione e fallimento. Le situazioni e le relazioni che sceglie la portano a provare rabbia, senso di colpa, paura. I sentimenti negativi sono familiari e rappresentano una costante per una persona con questo stile di personalità.

Una persona con questo disturbo è votata al sacrificio per tanto tende a diffidare e rifiutare le relazioni appaganti con persone positive e supportive.

E’ incapace di portare a termine compiti e progetti che potrebbero farla sentire realizzata e felice, rifiuta opportunità piacevoli, è incline a suscitare il rifiuto da parte degli altri, di fare scelte buone. La posizione di vita che sperimenta è quella di vittima.

 

Una persona con comportamento autodistruttivo in realtà è alla ricerca di risultati positivi attraverso le proprie azioni. Tuttavia, l'obiettivo viene perseguito in modo tale che non genera l'esito positivo desiderato. Il risultato negativo è il prodotto di una incapacità da parte della persona di regolare i propri comportamenti e, in particolare, nel distinguere quelli efficaci da quelli controproducenti. L’obiettivo è adeguato ma non la capacità di cogliere con quale atteggiamento e strategie raggiungerlo. Questo fenomeno è detto disregolazione: è l’incapacità a scegliere le strategie più adeguate per prediligere quelle dannose. Questa disregolazione fa si che la persona scelga obiettivi a breve termine che hanno costi elevati a lungo termine. Ad esempio, scegliere di fumare o bere alcolici a causa degli effetti piacevoli che queste sostanze danno a breve termine senza però valutare le conseguenze per la salute a lungo termine.

Questo disturbo, presente nel DSM-III sino al 1987 (manuale diagnostico dei disturbi mentali) attualmente è stato classificato come un disturbo più generico e a parte rispetto ai disturbi più noti . E’ stato ovvero è inglobato tra i ’disturbi di personalità non altrimenti specificati’. Anche se la personalità autolesionista non ha un posto ufficiale nel DSM-V ci sono ancora i criteri diagnostici validi per identificalo.

Una diagnosi di disturbo di personalità autodistruttiva si basa sulla presenza di almeno cinque dei seguenti criteri:

 

  • Sceglie persone e situazioni che portano alla delusione, al fallimento o al maltrattamento anche quando sono chiaramente disponibili opzioni migliori;
  • Respinge l’aiuto o rende inefficace il tentativo di sostegno da parte degli altri nei suoi confronti;
  • Risponde con depressione, senso di colpa, dolore o con comportamenti auto-lesivi agli eventi personali positivi;
  • Suscita rabbia o rifiuto da parte degli altri e poi si sente male, sconfitto ed umiliato;
  • Respinge le opportunità piacevoli o è riluttante a riconoscere la possibilità di godere di se stesso;
  • Non riesce a svolgere compiti fondamentali per raggiungere i propri obiettivi personali nonostante dimostri di possedere le capacità per farlo;
  • E’ disinteressato o respinge le persone che lo trattano bene;
  • Si impegna e si sacrifica per gli altri anche quando ciò non è richiesto.

 

La diagnosi di disturbo di personalità auto-frustrate può essere formulata solo se la persona mostra di avere le caratteristiche sopraccitate costantemente e per lungo tempo e non come risposta ad un evento circoscritto (reazione ad un abuso fisico, sessuale o emotivo); in tal caso non si tratta di una caratteristica di personalità ma di un relazione ad una situazione. 

 

 Copyright © Dr. Maurizio Sgambati - Psicologo Psicoterapeuta Pordenone. 

E' vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall'autore. 

 

giovedì 1 agosto 2019

Le tredici stelle

Alla fine dell'ultima battaglia contro hades, Atena, decide di prendersi una lunga vacanza in una delle sue tante tenute ad Atene.
Ormai la pace è stabile e duratura. I cavalieri hanno ricominciato a vivere tranquillamente: seiya con la sorella ritrovata vivono insieme lavorando nel sociale, Sirio con la dolce fiore di luna hanno aperto una scuola di arti marziali alle pendici dei 5 picchi, shun e ikki viaggiano per il globo in cerca di nuove avventure, e hyoga è tornato in Siberia ad aiutare la sua gente.
Ormai sono passati 10 anni dalla battaglia contro hades e ormai nessuno ricorda ciò che era successo. Una guerra devastante per chi fu direttamente e indirettamente coinvolto.
Ma una cosa ancora rimane un mistero per molti: perché hades ha voluto iniziare una guerra contro Athena e non contro Zeus? Perché voleva uccidere Athena ad ogni costo? La distribuzione del mondo avrebbe posto fine al regno degli inferi e del paradiso visto che la fine del mondo, avrebbe portato irrimediabilmente alla fine del gioco delle anime.
E se hades voleva invece impedirlo?
E se la dolce indifesa Athena fosse in realtà una diabolica manipolatrice? Ricordiamoci che Athena è anche la dea della guerra ed è strano che sia stata sempre così restia a combattere.
Questo spiegherebbe molto del suo carattere eccessivamente benevolo.
Una donna calcolatrice che ha mandato al macello ragazzini traumatizzati dalla solitudine dovuta alla scomparsa dei propri genitori.
Li ha sfruttati al massimo lasciandoli spesso in fin di vita.
E da qui inizia un capitolo inquietante sulla personalità di questa dea tanto amata dai suoi cavalieri, quanto odiata dai suoi fratelli.